ANALISI DELLE OCCORRENZE DI UN’ IMMAGINE SIMBOLICA

6 Ott , 2023 - Filosofia e Media

ANALISI DELLE OCCORRENZE DI UN’ IMMAGINE SIMBOLICA

ABSTRACT: the following paper focuses on analyzing the different occurrences of a significant and symbolic image. In this case the image taken into consideration is the photograph in which the statue of Saddam Hussein in Firdos Square, Baghdad, is being taken down. This picture was taken in 2003, during the Iraqi war, and it shows Americans and Iraqis working together to take this symbol of Saddam’s dictatorship down. For years this image has been considered representative of the end of the war and the victory of the U.S.A. over the terroristic threat. In fact, after the image started circulating, newspapers and TV news nearly stopped covering the topic because it seemed to be less urgent. We now know that hardship and violence were far from over and in the last ten years several online articles started talking about what happened after what we thought was the end. This paper’s aim is to put together as many articles as possible to see how this image has been portrayed in more recent years, in different western countries, in different cultural and social contexts.


1. Introduzione 
Il 9 aprile 2003 un gruppo di soldati americani aiutò gli iracheni ad abbattere una statua del dittatore Saddam Hussein, presidente autoritario dell’Iraq dal 1979 al 2003, in Piazza Firdos, a Baghdad. L’Iraq all’epoca era pieno di rappresentazioni di Hussein, dato che parte consistente dell’affermazione del suo potere si fondava sulla diffusione massiccia di sue immagini. Nonostante quella di piazza Firdos non fosse una statua particolarmente significativa, i giornali e le televisioni di tutto il mondo diedero ampio spazio all’episodio e gli americani crearono un mito intorno all’abbattimento di quella statua. In quelle ore le immagini furono mandate in onda a ripetizione sui principali network mondiali tanto che, nei giorni successivi, si iniziò a parlare meno frequentemente degli avvenimenti della guerra irachena, trasmettendo erroneamente l’idea che la guerra fosse già stata vinta e distogliendo l’attenzione dall’Iraq proprio nel momento in cui ce ne sarebbe stato più bisogno. Saddam Hussein infatti fu catturato solo alla fine del 2003, processato e impiccato nel 2006 e le truppe americane rimasero in Iraq fino al 2011, lasciando il paese, ancora attualmente, in condizioni di grave instabilità. Eppure l’immagine dell’abbattimento della statua di Saddam (Ill. 1.) rimane, nell’immaginario collettivo, il simbolo della fine della dittatura di Saddam e della vittoria americana. È un’immagine simbolica, uno snapshot, come direbbe Hoskins, che rappresenta l’esternalizzazione di un evento del passato che, a forza di circolare nei media, determina il modo in cui una collettività ricorda tale evento, andando a costruire una flashbulb memory (sempre Hoskins), ovvero un ricordo che è legato molto vividamente ad un’immagine. Il proposito di questo lavoro è di prendere in considerazione come questa immagine simbolica (Ill. 1.) sia stata presentata all’interno del perimetro dato. In particolare, in questo caso, verranno raccolte le sue varie occorrenze a partire dal 2013 (decimo anniversario dell’evento) fino ad oggi all’interno di siti istituzionali di stati occidentali. Quindi la data collection non sarà esaustiva, ma sarà limitata all’arco temporale indicato, a siti istituzionali di facile accessibilità e ad una minoranza di paesi. Il risultato è un corpus di una cinquantina di articoli, classificati per anno, tutti che si avvalgono della fotografia in questione. In questo modo si può tracciare un quadro dei contesti e occorrenze in cui, anno per anno, i vari stati si sono avvalsi di quest’immagine nei loro articoli e delle eventuali somiglianze e differenze nel modo in cui se ne sono serviti. 

2. Analisi dei dati raccolti

2013
Il 2013 è uno degli anni, tra quelli considerati, più densi di articoli in cui figura l’immagine della caduta della statua di Saddam, dato che segna il decimo anniversario dell’evento. In questa occasione sono stati pubblicati articoli in moltissimi stati occidentali, come Italia, Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Slovacchia, Stati Uniti, Canada e Colombia. La maggior parte di questi pezzi riflettono sui dieci anni trascorsi, ripercorrendone i principali eventi, e sulle pessime condizioni in cui ancora si trova l’Iraq, la corruzione, le violenze interne, la presenza di soldati americani. Alcuni articoli, come quelli de “Il Giornale” e “Deutsche Welle” discutono il crescente scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti di nuove avventure belliche, la perdita di credibilità degli Stati Uniti come difensori dei diritti umani e la possibilità di processare George Bush per crimini di guerra. Altri articoli si servono dell’immagine per discutere fatti di cronaca che sono ad essa variamente collegati: ad esempio tagesanzeiger.ch in occasione della visita del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki negli Stati Uniti e globalnews.ca per discutere dell’esecuzione (che ricorda le purghe operate dai maggiori dittatori del secolo scorso) di Jang Song-Thaek, zio traditore del leader nordcoreano, Kim Jong-un. Infine due articoli americani, il primo di un canale di notizie texano che racconta di una rimpatriata tra veterani che si terrà in occasione del decimo anniversario dall’inizio della guerra, l’altro pubblicato dal “Register” di Orange County che difende la posizione presa dagli americani nei confronti dell’Iraq. 

2014
Quest’annata in Italia si presenta ricchissima di articoli: alcuni che si rifanno all’immagine di Piazza Firdos per discutere di eventi presenti, come l’abbattimento in Ucraina della più grande statua esistente di Lenin o il riacceso scontro ideologico tra Iran e Stati Uniti al sorgere dello scontro in Siria; altri riguardanti la pratica, diffusa tra leader autocratici, di costruire statue per lasciare un segno del proprio patrimonio e la successiva loro distruzione a regime finito, una sorta di contemporanea damnatio memoriae. In Gran Bretagna la BBC pubblica un pezzo che enuncia tutte le cose che sono andate male nella missione in Iraq. Negli Stati Uniti due articoli, l’uno che si interroga sul motivo per cui agli eventi siriani venga dato maggiore rilievo, l’altro che riporta un’indagine secondo la quale, per la maggior parte degli americani, la guerra in Iraq non sia valsa la pena.

2015
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, in questo frangente di tempo sono stati pubblicati un articolo del “The Washington Post” che spiega il significato dell’iconoclasmo e uno del “The New York Times” che denuncia il fatto che, anche a distanza di dodici anni, la questione irachena viene evitata il più possibile dal Partito Repubblicano. Nello stesso anno “El Comercio” peruviano pubblica un articolo che informa della riapertura in Iraq, per la prima volta in dodici anni, di una Zona Verde ad accesso limitato per ospitare alcune ambasciate.

2016
Come ogni anno, non può mancare un articolo che ripercorre i principali eventi iracheni, tipo quello del “The Guardian” o quello del “The Wall Street Journal”, pubblicato all’alba delle elezioni presidenziali americane. Un articolo del “Washington Post” ripercorre invece tutte le occasioni in cui l’America non si è scusata: da Hiroshima allo schiavismo, dalla guerra in Vietnam al golpe cileno, fino alla guerra in Iraq che è stata una delle azioni più controverse della storia più recente. Infine “Le Monde” e “The Sydney Morning Herald” discutono entrambi di una notizia dall’ampia risonanza, ovvero il pentimento di uno degli iracheni, Kadhim Hassan al-Jabouri, che nel 2003 aveva contribuito all’abbattimento della statua di Saddam.

2017
È un anno in cui si è trovata una sola ricorrenza: il “The Washington Post” che pubblica un articolo sull’impatto globale dell’invasione dell’Iraq, ancora più grande rispetto a quello dell’11 settembre dato che molti dei più importanti sviluppi nel Medio Oriente affonderebbero le loro radici proprio nella guerra irachena. 

2018
Questo è di nuovo un anno più denso, molti stati (Italia, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Perù) pubblicano articoli dedicati al quindicesimo anniversario della caduta della statua, ma ce ne sono anche alcuni fuori dal coro. In Italia, ad esempio, su glistatigenerali.com viene pubblicato un pezzo riguardante la necessità del Partito Democratico di abbattere il proprio tiranno, facendo un parallelismo tra Renzi e alcuni leader dittatoriali, come Saddam. In Germania, su “Deutsche Welle” viene invece diffuso un articolo che discute le bugie sulle quali si è costruito il pretesto di attaccare l’Iraq.

2019
Il “Victor Harbor Times” afferma che la destabilizzazione del Medio Oriente fosse negli interessi australiani, già da molto prima dell’invasione americana. Negli Stati Uniti due articoli commemorano un veterano suicidatosi poiché perseguitato dall’esperienza in Iraq, mentre un terzo di “Insider” discute la strategia di guerra che ha condotto alla vittoria.

2020
Nel corso di questa annata il tema che va per la maggiore, e a cui sono stati dedicati articoli italiani, britannici, svizzeri, francesi e cileni, riguarda l’ondata di distruzione e vandalismo contro le statue (come, ad esempio, quella di Cristoforo Colombo o di Edward Colston) scaturita dalle proteste di “Black Lives Matter” in seguito all’assassinio di George Floyd. C’è poi un pezzo italiano concernente la rievocazione dell’impiccagione di Saddam; uno australiano che mette in guardia sul fatto che non bisogna sottovalutare la minaccia terroristica solo perché, per via del COVID-19, se ne è discusso meno; e infine uno della CBC, in Canada, che ricorda di come si sia parlato poco del fatto che l’Intelligence canadese avesse ragione dicendo che Saddam non avesse in programma di utilizzare armi di distruzione di massa.

2021
“The Guardian” pubblica un articolo sul modo in cui, attorno ad un’immagine, si sia costruito un mito, mentre “Deutsche Welle” uno sulla destabilizzazione causata dalla guerra al terrorismo.

2022
Un articolo statunitense pubblicato su realcleardefence.com discute i problemi che sorgono quando ci si aspetta di vincere una guerra in modo rapido, tematica che si applica anche agli eventi attuali della guerra in Ucraina. In Messico invece si fa un riferimento all’abbattimento della statua di Saddam in relazione alla decapitazione della statua del presidente del paese, Andrés Manuel Lopez Obrador.

3. Conclusione 
L’analisi dei dati raccolti ha reso evidente come la stessa immagine possa essere usata per presentare un’ampia gamma di argomenti e temi diversi, che variano a seconda di come l’occorrenza di tale immagine viene mediatizzata. D’altronde, già secondo Benjamin, il modo in cui viene percepito il mondo non è stabile, dato che la percezione umana è condizionata, situata e dipende dal medium. I media sono entrati nella produzione degli eventi tanto che gli eventi stessi sono considerati mediatici e vengono più o meno discussi a seconda dell’urgenza. Con la progressiva mediatizzazione degli eventi si ottiene una maggiore circolazione delle informazioni e, di conseguenza, una maggiore accessibilità alle stesse, però a volte si rischia di perdere di vista la significanza storica di tali eventi (come quando, per Benjamin, a forza di riprodurre un’immagine, si perde il valore dell’oggetto in sé). Dall’ampiezza della circolazione di un’immagine dipende la  possibilità di costruire un ricordo visivo individuale e collettivo, quindi quando si fa circolare un’immagine è un po’ come se si stesse stabilendo che cosa trasmettere del patrimonio presente alla società futura. A proposito di questo tema della conservazione del patrimonio attraverso la circolazione mediatica di immagini simboliche, si potrebbe notare che, anche la scelta di Saddam di far costruire statue e la scelta degli americani di distruggerle sono da ricondursi alla volontà di trasmissione di un patrimonio. Infatti la scelta di cosa conservare è legata a ciò che si vuole far conoscere alla società futura e, di conseguenza, questo varia a seconda di chi esercita il potere. Se per Saddam (e questa è una caratteristica che accomuna tutti i regimi dittatoriali) era fondamentale far circolare immagini di sé costruendo statue, per gli americani era importante far circolare immagini di sé distruggendo quelle stesse statue. In entrambi i casi si tratta di una sorta di volontà di esternalizzazione (di cui parlava Stiegler) e di un gesto di patrimonializzazione.

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